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Quadrivio Group
27.12.2025

Competenza industriale

L’evoluzione del private equity seguirà 5 trend che si discostano notevolmente dal passato. Lo scenario di mercato
con il consolidamento, la specializzazione e l’impatto del tech.

Si stanno concludendo i primi 5 anni dell’attuale decennio, anni che sono stati caratterizzati da una concentrazione particolarmente forte di turbolenze: il Covid, numerose guerre – tra le quali quelle in Ucraina e a Gaza –, il ritorno dell’inflazione, il rialzo dei tassi e le politiche americane sui dazi. Solo per ricordarne alcune.

Ciononostante, il private equity ha dato dimostrazione di un buon livello di resilienza e, in particolare, gli operatori che hanno operato con livelli di leva finanziaria e prezzi di acquisto più contenuti sono riusciti a realizzare buone performance anche in questo difficile ambiente economico.

Le molteplici variabili che ormai condizionano questo mondo, sempre più interconnesso, rendono difficile fare previsioni accurate per i prossimi anni, mettendo a dura prova anche i migliori scenaristi di macroeconomia e geopolitica.

Alcuni trend, per quanto concerne l’evoluzione del Private Equity nei prossimi anni, sono però facilmente identificabili e spesso si discostano notevolmente da quelli del passato:

1. Consolidamento del settore

Se nel corso degli ultimi 10 anni, con un’ulteriore accelerazione post-Covid, sono nati tanti nuovi player di private equity – sia nella forma «tradizionale» di fondi chiusi, sia con strutture differenti (club deals, coinvestment clubs, search funds, investimenti diretti dei family office, etc.) –, nei prossimi anni si assisterà a una riduzione del numero degli operatori e a un consolidamento degli stessi. Il mercato molto competitivo, la concorrenza nel fund raising, la necessità di avere maggiori dimensioni, la difficoltà di assicurarsi i migliori talenti, porteranno i player di private equity meno performanti a uscire progressivamente dal mercato. A ciò si assocerà anche un consolidamento tra operatori, perseguibile attraverso fusioni e acquisizioni, magari operanti in settori e/o geografie differenti, consolidamento di cui si parla da molti anni ma che finora è avvenuto in maniera molto limitata.

2. Specializzazione degli operatori

Già da alcuni anni si è diffusa la tendenza a promuovere fondi di investimento che si caratterizzano per una maggiore specializzazione, settoriale e/o geografica. Ritengo che nei prossimi anni questo trend registrerà un’ulteriore accelerazione, per i motivi che seguono. Dal lato degli investimenti, l’incertezza globale – divenuta ormai consuetudine – richiederà sempre più che gli investitori abbiano una conoscenza molto approfondita dei settori in cui operano; dall’altro, per quanto riguarda il fundraising, essendo cresciute enormemente le proposte di fondi, gli operatori che commercializzano proposte specializzate avranno la possibilità di attirare l’interesse dei limited partners che investono in private equity. Queste due ragioni non elimineranno i player che propongono fondi generalisti, ma sicuramente ne ridurranno il numero ai pochi operatori altamente performanti.

3. Convergenza tra approccio finanziario e industriale

Il private equity nasce negli Stati Uniti ormai 80 anni fa (il primo fondo risale infatti al 1946), come attività puramente finanziaria, dove le operazioni di investimento erano caratterizzate da un utilizzo estremo del debito e da un approccio operativo minimo, per non dire nullo. L’evoluzione successiva, che ha avuto una particolare accelerazione negli ultimi anni, ha portato a operare con un approccio molto più industriale. Fino ad alcuni anni fa si tendeva a distinguere gli investimenti tra quelli fatti da buyer industriali e quelli fatti da operatori di private equity. Oggi invece i compratori industriali valutano le acquisizioni con metriche molto simili a quelle dei fondi di PE, così come questi ultimi sono sempre più focalizzati sul valutare le implicazioni industriali dei propri investimenti, tanto che gli approcci delle due categorie di investitori tendono a essere spesso molto simili.

4. Team sempre più eterogenei

Come conseguenza dei due punti precedenti, la composizione dei team di private equity sta cambiando radicalmente. Se all’inizio di questo secolo i team erano composti prevalentemente da persone di estrazione finanziaria e bancaria, oggi includono anche profili che si occupano di sviluppo, retail, produzione, digitale, marketing, etc. Questa tendenza è sempre più diffusa e, a riprova di questa visione, in Quadrivio stiamo già da tempo dividendo i team di investimento tra persone che si occupano di deal making, che lavorano dunque sulla parte di scouting, negoziazione e due diligence, e persone che si occupano di portfolio management, che lavorano invece sulla creazione di valore nelle aziende partecipate.

5. Impatto dell’Intelligenza Artificiale

Infine, negli ultimi anni, va segnalato il ruolo dirompente e il conseguente impatto generato dall’applicazione dell’intelligenza artificiale, che anche nel private equity sta cominciando a rivoluzionare gli approcci precedenti. Questa tecnologia sta infatti modificando in maniera radicale l’attività dei fondi a tutti i livelli, dalla selezione degli investimenti, alle due diligence e soprattutto alle leve di creazione di valore nelle aziende acquisite. I team di private equity, che non si struttureranno rapidamente per cogliere le molteplici opportunità generate da questa tecnologia rivoluzionaria, avranno uno svantaggio incolmabile rispetto agli altri operatori.

In conclusione, operando in un mondo che continuerà a vivere di opportunità ma presumibilmente anche di incertezze, i team di private equity di successo saranno quelli altamente specializzati, con focus su settori precisi, dunque più attrezzati e con competenze industriali; oltre che quelli che sapranno meglio utilizzare a proprio beneficio i vantaggi dell’intelligenza artificiale.

Walter Ricciotti
CEO Quadrivio Group

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